"L'hanno usato, e s'è... Guastato, credo. Si dice così?"
"Signore, il prodotto è a malapena riconoscibile; è in pezzi."
"Dovrebbe fornirvi un'idea sulla qualità dei vostri prodotti, questo. Voglio essere risarcito, in qualche modo. E non son sicuro di volerne un altro."
"Mi spiace, ma il nostro servizio non copre i danni da uso improprio."
"Uso improprio? Ma è ridicolo! Cosa dovrebbe farci, uno, di un cuore? Tenerlo in vetrina, in contemplazione, per poi metterlo in culo ai bambini, come fanno alcuni preti?"
"Non può incolpare che sé stesso di ciò che le è successo. Io non posso fare nulla per lei, sono spiacente. Buona serata."
Insomma, mi trovavo al punto di partenza; se non altro era un sollievo, che l'impiegata -spero- sottopagata avesse interrotto la chiamata: almeno me l'ero levata dalle orecchie, mai sentita una voce tanto fastidiosa. E poi, odio stare al telefono.
Soluzione ad un problema, ma non a quello che m'aveva indotto a chiamare l'assistenza clienti.
Rimanevamo io, il divano, la finestra aperta, il telefono spento in una mano, una lattina di birra poggiata sul pavimento, ed i cocci di quel che mi restava.
Tutto sommato non mi potevo lamentare, se non forse del fatto che dopo la pulizia mi sarei dovuto fare due o tre viaggi in ascensore, portando i sacchi della spazzatura colmi al punto di raccolta; ma si respirava già un'aria migliore, non saprei spiegarne il motivo, o darne una ragione, ora come ora, ma era come se all'improvviso avessi ottenuto più spazio per me.
La sensazione di smarrimento sarebbe durata poco; come se ti rubano in casa, no? Percepisci il vuoto lasciato da quanto c'era per un po', poi realizzi che buona parte di quanto sia sparito non servisse davvero, e che il resto si ricompra facilmente.
Cercherò solo di ricordarmi che in quanto ad assistenza clienti, l'amore faccia schifo.